“Prendi un bel respiro profondo” parte 1
Quando ripenso agli anni passati sul tappetino a respirare, a praticare Pranayama, mi viene in primo luogo un moto di gratitudine. Ci sono stati momenti nella mia vita in cui focalizzarmi sul respiro è stata una vera e propria ancora di salvezza. Col senno di poi, mi rendo conto che la salvezza riguardava in particolare il fatto di concentrarmi su qualcosa e canalizzare la mente nel momento presente.
Per oltre 15 anni ho praticato Pranayama yogico secondo la "tradizione" che mi era stata tramandata da un insegnante che ho seguito per diverso tempo. Non saprei dire esattamente che tipo di effetti sul lungo termine questa pratica mi dava, quello che però so e ricordo bene è una sorta di "effetto alticcio o di sballo" che sentivo alla fine delle sequenze, peraltro abbastanza lunghe, di solo Pranayama. Testa leggera, cervello rallentato a volte legato a lieve dissociazione. Ora, questi potrebbero essere degli effetti desiderati, non per niente le droghe, legali e non, e l'alcol sono così popolari. Ma sul lungo termine? O una volta finito l'effetto iniziale? La qualità del respiro davvero migliorava? Ci ho messo anni a capire che gli effetti non erano realmente sostenibili, o meglio solo in parte ma che non aveva molto o ben poco a che fare con le pratiche stesse.
Il respiro ci accompagna dal primo secondo all'ultimo della nostra vita. È una funzione fisiologica autonoma che però siamo anche in grado di controllare. Il respiro è l'unico ponte diretto tra il nostro sistema nervoso autonomo (che gestisce le funzioni involontarie) e il nostro controllo volontario. Questa sua doppia natura lo rende uno strumento potentissimo per influenzare attivamente il nostro stato di salute fisico e mentale.
Come stiamo 24 ore su 24 e sette giorni su sette è il vero indicatore della nostra salute fisica e mentale. Ogni pratica, che sia di respiro o altro, dovrebbe tenere in considerazione l'insieme di come poi stiamo. Gli indicatori migliori per capire se una pratica porta qualcosa sulla totalità del nostro essere sono: qualità del sonno, della digestione, sistema immunitario, aspetto della pelle, livelli di stress/sistema nervoso, livello di energia e salute mentale, e ve ne sono altri. Nonostante praticassi Pranayama a livello "avanzato" con Kumbhaka (trattenute) anche di 20-30 secondi eseguendo per esempio in Nadi Shodana meno di un respiro al minuto, la mia vita oltre questi esercizi non era cambiata un granché. Non sempre stavo bene, dormivo a volte male e le difese immunitarie per qualcuno che si dedicava così tanto a "respirare" bene erano da medie a scarse.
Un paio di anni fa è arrivata la svolta. Ho iniziato a studiare l'anatomia del respiro in circoli lontani o solo marginali al mondo dello Yoga. Per anatomia del respiro intendo in particolare le tre dimensioni seguenti: la biomeccanica (fisiologia), la biochimica (scambio gassoso) e il sistema nervoso (effetti del respiro sul SN e viceversa). Mi sono con rammarico resa conto che la maggior parte degli esercizi di Pranayama che eseguivo erano poco utili per migliorare realmente il mio respiro nella vita di tutti i giorni. Ho capito che sia io che i miei compagni e allievi siamo stati portati a iper ventilare spesso durante gli esercizi di Pranayama ma anche durante le pratiche asana!
Nel luglio del 2026 ho partecipato a una formazione di nove giorni con Simon Borg Olivier. Simon ha decisamente un carattere particolare, spigoloso e rivoluzionario. Continuava a ripeterci: "breathe less, tense less, stretch less". Respira meno… E io che per anni ho detto "prendi un bel respiro profondo". Durante le pratiche ci invitava a respirare dal naso e a farlo al nostro ritmo e soprattutto senza legare i movimenti ai respiri. Il contrario di quello che abbiamo fatto per decenni nel Vinyasa. I nove giorni con Simon sono stati interessanti su tanti livelli, ma in particolare sul ruolo del respiro funzionale nella nostra salute a 360°. In quei giorni ho dormito e digerito (benché fuori casa) meglio che mai. Prima ancora di approfondire con Simon avevo letto diversi libri della scuola Buteyko, Oxygen Advantage a altri ancora.
Fondamentalmente non è vero che respirando più profondamente riusciamo ad ossigenare meglio i nostri tessuti. A volte, anzi spesso, respirare tanta aria peggiora la situazione. Uno dei miei attuali insegnanti, Ralph Skuban, ci dice di osservare i monaci e le persone che meditano a lungo. Non prendono mai un respiro profondo e respirano in modo molto leggero. Secondo la ricerca sul respiro, chi regolarmente fa dei grandi respiri profondi in realtà ha molto probabilmente uno schema respiratorio disfunzionale in cui si libera di troppa anidride carbonica.
Il paradosso CO2
Per anni, ci è stato detto: l'ossigeno, (O2, il buono), va aumentato e il prodotto di scarto, l'anidride carbonica (CO2, il cattivo) va ridotto ed espulso il più possibile. In una retorica di questo tipo, in effetti, dire "respira profondamente" e "butta fuori tutta l'aria" sembra giustificato. Secondo Magdalena Kraler, ricercatrice della storia del Pranayama dell'Università di Vienna, la causa di questa visione è da ricondurre in parte alla cultura igienista del XIX secolo (p. es. praticata sul Monte Verità ad Ascona) in cui il respiro veniva amplificato oltre misura. Piano piano il pensiero, alimentato da altre scuole New Age, si è infiltrato nelle scuole yogiche che hanno ripreso senza metterle in questione le idee di "respiro profondo" "respiro completo" e concetti simili.
Gran parte del Pranayama legato allo Yoga Moderno si basa su un libro di Yogi Ramacharaka "The Hindu-Yogi Science of Breath" del 1904. In questa opera di base, l'autore (americano peraltro) enfatizza il "Respiro yogico completo" e il respiro a pieni polmoni, queste idee vengono dalla cultura igienista in voga (v. sopra). Il libro ebbe molto successo e pone la base di tanti altri manuali di respiro, per esempio, Swami Satyananda Saraswati della scuola Bihar in "Asana, Pranayama, Mudra, Bandha" (1969), oppure "Yoga Self-Taught" di André van Lysebeth (1968)[1] . Benché già allora vi fossero voci (scientifiche) contrarie, nel mondo dello yoga si diffonde l'idea di "più aria = più ossigeno = più energia". Ancora oggi, capita di sentire nelle lezioni yoga diciture tipo "respiro yogico completo", "respiro completo", "respiro grande e profondo".
Vorrei tenere questa prima parte relativamente breve. Non è facile e per concludere ho bisogno ancora di qualche paragrafo in cui vi parlo di anatomia del respiro. Bene o male, nello Yoga si è a conoscenza del fatto che sia il diaframma il principale muscolo della respirazione. Tantissime posture, in particolare quelle che mobilizzano il torace (torsioni, estensioni) e migliorano la postura (muscolatura tronco) aiutano a riattivare la respirazione diaframmatica. Inoltre, lo yoga e la meditazione possono influenzare in modo positivo il sistema nervoso che a sua volta agisce sul respiro. Solitamente, nello yoga viene promosso il respiro nasale, e anche questa è un'ottima cosa. Quello che è meno noto è il ruolo della biochimica.
La povera e demonizzata CO2 è una componente necessaria ed essenziale per gli scambi gassosi nel nostro sangue. Se espelliamo troppa CO2 (respiri profondi, iperventilazione, buttare fuori l'aria, ecc.) non abbiamo anidride carbonica a sufficienza. Il ruolo della CO₂ nel respiro è quello di principale regolatore automatico della ventilazione e fattore chiave per il rilascio dell'ossigeno ai tessuti. Contrariamente alla credenza comune, non è la mancanza di ossigeno a spingerci a respirare, ma l'accumulo di anidride carbonica.
Se respiriamo troppo, tendiamo a liberarci di troppa CO2. Quando i coloni del Monte Verità o i praticanti di discipline respiratorie come il Pranayama eseguono respiri rapidi e/o profondi a riposo (iperventilazione), non stanno incamerando più ossigeno (il sangue è già saturo al 98-99%). Stanno invece "svuotando" eccessivamente le riserve di CO₂ del corpo (ipocapnia). Una delle conseguenze è alcalosi sanguigna, meno O2 a disposizione e vasocostrizione.
Negli ultimi due anni ho sperimentato con i concetti di: "respiro lieve", "respiro leggero", "respirare meno". Ho eseguito regolarmente diversi esercizi del Metodo Buteyko. Nel contempo ho misurato il grado di ossigenazione nel sangue (con un pulsossimetro) e ho misurato la qualità del mio respiro con il BOLT score. Ho invece sospeso molti esercizi di Pranayama oppure li ho adattati in modo radicale. Il mio BOLT score non era molto buono all'inizio, attorno ai 16. Per più informazioni sul BOLT terst/score, vedi fonti.
In questi due anni non solo ho migliorato la qualità del mio respiro ma anche gli altri indicatori di cui sopra hanno subito un cambiamento importante. Di conseguenza, anche nelle mie lezioni yoga e nei ritiri, ho cambiato in modo importante il modo in cui istruisco il respiro. Non uso più la parola "profondo" o "grande" in realtzione al respiro. Cerco anche di lasciare gli allievi trovare il proprio ritmo respiratorio nelle Asana e uso esercizi di respiro diversi.
Il respiro è come l'impronta digitale, è per tutti diverso. Nella prossima Newsletter per Teacher parlerò di Pranayama, della storia del Pranayama e perché forse il Pranayama che viene fatto oggi è un frutto moderno farcito di idee esoteriche che poco si adattano al nostro stile di vita moderno.
Scritto senza IA l’8 ottobre 2026
Fonti
Podcast di Oxygen Advantage
Oxygen Advantage https://oxygenadvantage.com
Ralph Skuban https://www.skuban-akademie.de/
Ralph Skuban, (libro), Atmen Heilt Enspannt
Ralph Skuban, (libro), Die Buteyko Methode
Magdalena Kraler https://utheses.univie.ac.at/detail/63089
Articolo di Magdalena Kraler in "Brathing for Yoga", v. sotto
Patrick McKeown, Anastasis Tzanis, (libro) Breathing for Yoga
[1] Da un articolo di Magdalena Kraler in "Breathing for Yoga", Patrick McKeown, Anastasis Tzanis, v. fonti