Le frontiere che ci creiamo

Le frontiere che ci creiamo (only in italian)

Oggi è stata una di quelle giornate in cui ho trascorso perlomeno due ore e mezza in macchina. Ho avuto la fortuna di vedere due laghi con le loro centomila tonalità di blu, innumerevoli scorci e panorami mozzafiato, case e palazzi che solo a vederli ti portano a sognare e forse anche a sentire l’odore del passato.

Vivo in Ticino, a ridosso della frontiera con l’Italia. Spesso accade che attraverso la frontiera in un punto, poi torno da un altro e riattraverso da un terzo. Nel giro di poche ore. Varcando una di queste frontiere l’occhio attento scorge subito le differenze, tutto è un po’ diverso. Se poi però ci fermiamo a pensare a cos’è questo “diverso”, ci rendiamo conto che in fondo, tutto è anche uguale. Da una parte o dall’altra, vi sono anime, corpi, natura, aria, materia. Da una parte o dall’altra, le persone vivono una vita di alti e bassi, difficoltà e momenti di grande gioia. Se non ci fermiamo all’apparenza, ai nomi, alle parole, al cartello che indica il limite di velocità, sappiamo che nel profondo, siamo tutti mossi dalle stesse emozioni e vittime delle medesime paure. Per dirla in soldoni: siamo tutti nella stessa barca.

Nelle due ore e passa di macchina di oggi, mi sono di nuovo resa conto come le frontiere che ci creiamo per delimitarci dall’altro sono un costrutto che la nostra mente produce per salvaguardare una forma a cui teniamo molto. Anzi moltissimo. Una forma a cui abbiamo lavorato per anni, decenni, una vita intera e che ha creato la persona che pensiamo di essere e quella che vorremmo essere verso l’esterno, verso la percezione e il giudizio altrui. Una forma che, secondo noi, è fissa e va preservata. Una forma che sarà qui così com’è in eterno. Sappiamo certamente che non è così, eppure viviamo come se lo fosse. Oggi sono stata al Parco botanico del Gambarogno. In questo periodo dell’anno, tra marzo e aprile, il parco è un unico fiorire di magnolie e camelie. A ogni passo lo sguardo è attirato da milioni di colori, forme e strutture diverse. Non c’è un albero uguale all’altro e nemmeno un fiore uguale all’altro. Chi cerca la perfezione avrà difficoltà nel trovare fiori intatti in tutti i petali o perfettamente equilibrati. Alzando gli occhi al cielo vediamo milioni di fiori luminosi e leggeri, abbassandoli al suolo vediamo altrettanti fiori in decomposizione, petali marci e foglie putrefatte. Calpestiamo addirittura strati di foglie e fiori e terriccio che risalgono a diverse stagioni fa.

È la lezione dell’impermanenza

Nulla resta com’è, tutto si trasforma. Ce l’avevano già detto in una delle prime lezioni di fisica al liceo: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Tutto cambia, aggiungerei io. La lezione dell’impermanenza è una pillola amara. Eppure più ce la rendiamo amica, più capiamo che le frontiere, il “mio che non è il tuo”, le armature che ci siamo creati sono ostacoli a una vita più serena, fluida e consapevole. Più riguardevole della sofferenza altrui e più capace nel trovare il nocciolo che, levato tutto, resta. La lezione dell’impermanenza ci insegna anche che la nostra stessa resistenza a questa impermanenza è fonte di indurimento, blocco, chiusura e sofferenza. Forse il modo migliore per restare consapevoli della globalità senza freni del fenomeno dell’impermanenza è la capacità di riportarci con presenza nel momento, nel qui e ora. Varcando una frontiera dopo l’altra, fluendo da un’asana all’altra, assaggiando una fragola dopo l’altra. Namaste.







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