What is “all” in P. Jois quote “Practice and all is coming”? – EN e ITA

I was thinking about this often quoted line from Ashtanga founder Pattabhi Jois lately. I know quotes should not be taken out of their context, and I am sure Gurujis line makes complete sense if not taken apart from the rest of his teachings. I do get the deep thought behind it, yet I find the quote either misused or really prone to be misinterpreted. Maybe it’s our western mind to think “all” is something we have to strive for or to go for. And I bet, like I have observed myself many times, most of us think of “something concrete” by that all.


People often ask me how many hours I practice per day. They ask me that after seeing my asana practice. Like everyone, I took me years of practice to get where I am, like everyone I had injuries, scorn, doubts and throw backs. As I answer, most of the times I find myself smiling and even laughing inside. I practice very little asana actually. My practice has no goal, it’s mostly pranayama and meditation, I have fun moving my body in asana, yes. But I am not going for any specific pose, series or accomplishment at all. Not any more.


I am in Costa Rica right now, in a small beach town where yoga seems to play a key role. A bunch of resorts and hotels have built their core business around the offerings of yoga classes, TT and retreats. So I have been randomly visiting yoga classes around town, with no plan. And each time I do that I am brought back to the fundamental question: what is this practice for? Shall we practice until all is coming? What is all? Why are we coming together on our mats to practice and share it? As teachers, what are we teaching?


The practice starts to bear its fruits when we let go of the “all” we are going for. And that all could be anything: a specific asana, the splits, peace, bliss, a blank mind or connection with the divine. If we have a set goal (whatever it is) in our mind, our ego will be nourished by it, our mind restricted and blocked and we won’t allow space for the play to unfold. Right now, I sit here writing this, look up from my computer screen and see my feet, the inside of a Costa Rican home, big windows with mosquito screens on it and metal bars, no glass, a veranda. Further out I see trees, sky, the sun, the changing light of the late afternoon, I hear birds and see the wind moving the leaves and the branches.


This is the practice. Everything is, in a way. I wrote it in this blog so many times over the past years, yet I can’t stop repeating it. For myself too, because if there’s something I learned, is that we can always let go more. There’s always something we are still clinging on, a new goal we set for ourselves, a projection or an idea we are perusing. Let go, let go, let go of any result or accomplishment you want to attain. Practice, be present. Be real and realize that nothing is permanent. Never. Your body will fail, your bones will change, your skin will wrinkle, your life will bring all sort of sorrows and joys. Let go and flow.

I am heading out now, to see the last rays of sun in the warm air.



 

ITALIANO

Stavo pensando a questa frase spesso citata del fondatore dell’Ashtanga Pattabhi Jois. So che le citazioni non dovrebbero essere presentate fuori dal loro contesto, e sono sicura che la frase di Guruji ha solo un senso completo insieme al resto dei suoi insegnamenti. Capisco il pensiero profondo che c’è dietro, eppure trovo che la citazione sia stata usata male o che porti a essere fraintesa. Forse è la nostra mente occidentale a pensare che “tutto” (ogni cosa) è qualcosa di tangibile per cui dobbiamo lottare. E credo che, come ho osservato in me stessa molte volte, la maggior parte di noi pensa a “qualcosa di concreto”.


Mi viene spesso chiesto quante ore pratico al giorno. Me lo chiedono dopo aver visto la mia pratica asana. Come tutti, mi ci sono voluti anni di pratica per arrivare dove sono, come tutti ho avuto infortuni, dubbi e difficoltà. Quando mi appresto a rispondere, la maggior parte delle volte mi ritrovo a sorridere e persino a ridere nel mio profondo. Un po’ perché la domanda mi pare assurda, un po’ perché mi rendo conto di non sapere bene come rispondere. In realtà, pratico molto poco asana. La mia pratica non segue alcun obiettivo, consiste principalmente in pranayama e meditazione, mi diverto a muovere il mio corpo in asana, sì, è vero. Ma non ho un obiettivo preciso, in nessuna direzione.


Sono in Costa Rica in questo momento, in una piccola comunità sulla spiaggia dove lo yoga sembra giocare un ruolo chiave. Tutta una serie di resort e hotel hanno costruito il loro core business intorno all’offerta di corsi di yoga, TT e ritiri. Sono andata a diverse lezioni di yoga, per esplorare e per curiosità. Ogni volta che vado a lezioni di yoga a casaccio, sono riportata alla domanda fondamentale: a cosa serve questa pratica? Come dice Pattabhi Jois bisogna praticare affinché tutto “arrivi”? Che cos’ è tutto? Perché ci riuniamo sui nostri tappetini per praticare e condivide? Come insegnanti, cosa stiamo insegnando? O cosa siamo tenuti ad insegnare?


La pratica comincia a dare i suoi frutti quando lasciamo andare il “tutto” che stiamo cercando. E questo tutto potrebbe essere qualsiasi cosa: una specifica postura, una spaccata, il ponte, la pace, la beatitudine, una mente vuota o una connessione con il divino. Se abbiamo un obiettivo prefissato (qualunque cosa sia) nella nostra mente, il nostro ego ne sarà nutrito, la nostra mente ristretta e bloccata e non lasceremo spazio per lo sviluppo del gioco stesso della vita. In questo momento, sono seduta a scrivere questo blog, alzo lo sguardo dallo schermo del mio computer e vedo i miei piedi, l’interno di una casa costaricana, grandi finestre con zanzariere e barre di metallo, senza vetri, una veranda. Più fuori vedo gli alberi, il cielo, il sole, la luce cangiante del tardo pomeriggio, sento gli uccelli e vedo il vento che muove le foglie e i rami.


Questa è la pratica. Tutto lo è, in un certo senso. L’ho scritto in questo blog così tante volte negli ultimi anni, ma non riesco a smettere di ripeterlo. Anche per me stessa, perché se c’è qualcosa che ho imparato, è che possiamo sempre lasciare andare di più. C’è sempre qualcosa a cui ci aggrappiamo ancora, un nuovo obiettivo che ci poniamo, una proiezione o un’idea che stiamo seguendo. Lascia andare, lascia andare, lascia andare, lascia andare qualsiasi risultato o realizzazione che vuoi raggiungere. Pratica, sii presente. Siate reali e realizzate che nulla è permanente. Mai. Il tuo corpo fallirà, le tue ossa cambieranno, la tua pelle si raggrinzerà, la tua vita porterà ogni sorta di dolori e gioie. Lasciate andare e fluire.

Sto uscendo ora, per vedere gli ultimi raggi di sole nell’aria calda. AHO. Namaste.




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